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Aus der Forschung - Ricerca

Una nuova pubblicazione sull'argomento di Letteratura ed emozioni è uscita sul Bollettino dell'AIG:
Bolletino_AIG
e qui altri due testi di due campi di ricerca differenti:
1. Il Romanticismo Berlinese intorno al 1800:
La Deutsche Tischgesellschaft (sintesi della ricerca inedita - in Italiano)
2. Hans Fallada (articolo inedito in Italiano)

1.

 

La ”Deutsche Tischgesellschaft” (”Società conviviale tedesca”).
Achim von Arnim, Clemens Brentano, Johann Gottlieb Fichte e altri: il Romanticismo berlinese fra nazionalismo e antisemitismo.
(1)

 

Nella Società conviviale, fondata insieme ad Adam Müller da Achim von Arnim il 18 gennaio 1811, confluivano tendenze riformatrici e innovative insieme al disprezzo per la diversità e all’antisemitismo. Un esempio di ciò possono essere le posizioni di due membri della società, Beuth e Arnim stesso.
Il consigliere tributario segreto Peter Christian Wilhelm Beuth, che nella storia della Prussia viene ricordato a ragione come un riformatore(2), distribuiva ai commensali della tavolata macabre insulsaggini antisemitiche. Poiché nell’ambito delle riforme agrarie, agli ebrei prussiani veniva finalmente concessa la possibilità di acquistare poderi rurali, mettendoli nella condizione, in quanto signori padronali, di decidere sulla distribuzione degli uffici sacerdotali, si sarebbe venuta a creare, la seguente situazione, così descritta dal fidato collaboratore del cancelliere Hardenberg:
"Poniamo il caso che un provvedimento del governo costringa un predicatore cristiano a recarsi in un luogo sottoposto alla giurisdizione di una sinagoga:[...] il predicatore dovrà circoncidere il figlio del suo signore, e in questo caso è poco importante se gli ebrei si oppongono o meno. Se il cristianesimo deve piegarsi, infatti, di fronte all’ebraismo, l’ebraismo sarà allora distrutto. Questa decisione deve essere confortante per un cristiano, infatti, poiché da lui non si pretende che sia capace di circoncidere, il dissanguamento e la castrazione di un giovanetto ebreo sarà la probabile e auspicata conseguenza."(3)
Achim von Arnim non simpatizzava certo per il governo guidato da Hardenberg, ma era tuttavia fortemente convinto che le riforme politico – sociali avviate dal barone von Stein fossero necessarie. Solo, che le sue posizioni erano state qualche volta ancora più radicali: “Il re dichiari nobile l’intero popolo!” fu, per esempio, la sua prima proposta di riforma sociale subito dopo la sconfitta a Jena e Auerstedt in 1806!
Alla ”Tavolata” tedesca, peró, tenne una conferenza satirica del titolo: ”Ueber die Kennzeichen des Judentums” (”Sulle caratteristiche dell’ebraismo”) nella quale, non risparmiando sconcezze e scherzi volgari, diceva come si potesse riconoscere l’”ebreo” che finge di essere un vero tedesco cristiano, per ”insinuarsi” nella comunità dei cristiani.
Il culmine delle fantasie distruttrici di Arnim è costituito da un esperimento chimico che egli, da studioso della materia, spiega con acribia e cognizione di causa:
"Si tratta, secondo Klaproth, di quell’operazione considerata la più importante del chimico: consiste nel separare le diverse parti di cui si compongono i corpi; se si riesce perfettamente, l’ebreo può essere ricomposto con i suoi stessi elementi. Si prenda, dunque, questo o un altro qualsiasi ebreo, i più adatti allo scopo sono gli straccivendoli che ti striciano dietro tutti contenti negli angoli più sperduti quando gli prometti un paio di vecchie mostrine. Si prenda dunque un ebreo come questo, lo si schiacci per bene e si presti attenzione alla cristallizzazione e alla superficie di rottura, se sia pesante, o non particolarmente pesante, grezza, liscia e lucida, a forma piatta, trasparente, se abbia un forte sapore dolciastro, odori di aglio ecc. Quindi lo si macini nel mortaio di pietra-focaia, lo si riscaldi nella soluzione salina nel crogiolo di platino fino a farlo ardere; - poiché riferire tutto il procedimento sarebbe troppo lungo, riporto qui soltanto il risultato, che in più casi è stato verificato. Il peso intero dell’ebreo misurato in centesimi, lo si ottiene per mezzo della seguente scomposizione delle sue parti: una dose minima di fede, che però non è possibile misurare; 50 parti di ignobili voglie di ogni specie; 2 parti di vecchio oro, occultate e ottenute sfilacciando le spalline di un ufficiale distrettuale; 10 parti di vecchio argento, inalate e ottenute con la grande fusione al tempo dell’editto sui timbri; 20 parti di vecchio rame e vecchi vestiti, messi in un apposito magazzino, come l’opossum fa con i suoi piccoli; 5 parti di false cambiali, ingoiate per nasconderle; [...] 3 parti di false novità, inghiottite perché nessuno voleva ascoltarle; 11/2 parti di vendetta contro i cristiani (era più grande prima che Grattenauer fosse messo in prigione). 1 parte di vanità, che resta piccola, perché ne fanno mostra più di ogni altra cosa; 4 parti di sangue cristiano ottenuto con peccaminoso miscuglio; 3 parti di vermi; 1/2 parte di anima 100 Summa Summarum Dopo aver detratto le quattro parti di sangue cristiano, che furono risarcite da altrettante parti di denaro, che io avevo preso in prestito da un altro ebreo, e per di più con la perdita della piccola indeterminabile parte di fede, l’ebreo venne rapidamente ricomposto nella coppella come prima era stato scomposto - grazie all’aggiunta dell’oro era diventato molto più vivace."
Per Arnim gli ebrei possedevano, dunque, solo in minima parte, anima umana. Clemens Brentano descriveva nel suo trattato "Der Philister vor, in und nach der Geschichte" (Il filisteo, prima, durante e dopo la storia) i filistei e gli ebrei come due lati della stessa medaglia, entrambi esseri morti:
"Gli ebrei e i filistei [sono coloro] contro i quali le condanne della scrittura si erano già da tempo avverate, ma che durano ancora sulla terra come monito alla loro decadenza, come macchia di sangue indelebile di una colpa maligna, come fantasmi della loro maledetta morte storica, come una vecchia madre di aceto dei peccati – il fatto che siano diffusi sull’intera terra non vuol dire altro che la loro cenere è sparsa al vento, oppure che i quattro quarti del loro corpo storico sono inchiodati alle quattro porte dell’universo. [...] Perciò la società ha preteso soci incontaminati e vivi e pertanto ha allontanato da sé gli ebrei, che continuano ad esistere solo ‘civiliter’ e i filistei che continuano ad esistere soltanto ‘moraliter’."(4)
Tutto ciò veniva preso per una burla, si credeva di poter tenere ebrei e filistei lontani dalla ”Tavolata” con ”affettuose” risate. Almeno il fondatore Arnim non concepiva il gruppo come qualcosa la cui identità si esprimesse nell’ostilità verso gli ebrei.
Arnim immaginava la società proprio nella tradizione delle associazioni illuministiche, democratica e “costituita da uomini eccellenti che non si conoscevano quasi fra loro e si riunivano per consultarsi sulle leggi” . Un piccolo ”Stato libero”, nel quale indisturbati, anche se spiati da informatori, si poteva discutere sul futuro della società prussiana e della corona.
Ad uno storico del XXI secolo queste tendenze possono sembrare in contrasto fra di loro, esse, però, potevano coesistere benissimo nella Tischgesellschaft.
Essa non era assolutamente una ”associazione conservatrice” e nemmeno una "fronda di latifondisti contro Hardenberg"(5) come suona la formula risalente al germanista nazionalista Reinhold Steig, della quale ancora oggi non si riesce a sbarazzarsi. Della società facevano parte, invece, nell’anno della sua fondazione, soprattutto uomini dell’area riformatrice: oltre al già nominato Beuth, Friedrich August Staegemann per le riforme finanziarie e fiscali, Clausewitz e altri allievi di Scharnhorst per le riforme dell’esercito, numerosi professori come Fichte e Schleiermacher, docenti dell’università di Berlino recentemente fondata, che costituivano l’anima della riforma del sistema scolastico ed educativo di Humboldt. Erano invece minoritarie le tendenze apertamente conservatrici come quelle rappresentate dai soci Adam Müller e Ludolph Beckedorff, importante pedagogo cattolico.
La maggior parte dei soci considerava in sostanza positivamente i mutamenti avvenuti in Prussia. Eppure, dalla maggioranza dei commensali veniva introdotto negli statuti dell’associazione un paragrafo, che escludeva dalla tavolata persino gli ebrei battezzati. In via di principio la Tischgesellschaft era aperta a tutti i cittadini, ma con tre significative eccezioni:
- le donne non venivano ammesse a priori, in virtù del principio allora diffuso che non dovessero avere voce in capitolo nelle discussioni politiche;
- i filistei, secondo uno spiritoso atteggiamento dei romantici, dovevano essere banditi ”fino alla fine dei tempi” dalle riunioni;
- socio poteva infine diventare soltanto chi era ”un uomo onorato, morigerato e nato nella religione cristiana”.
Secondo l’opinione della maggior parte dei commensali, gli ebrei erano appunto per natura privi di onore né potevano acquistarlo con il battesimo.(6) Questo nuovo tipo di antisemitismo, con le sue argomentazioni non più strettamente religiose, veniva a costituire la base dell’ideologia del razzismo, nata in seguito alla secolarizzazione della natura umana nello spirito dell’illuminismo. In tal modo ci si opponeva apertamente ad una legislazione ispirata dello spirito dell’emancipazione, e almeno all’inizio si operava sul piano sociale in opposizione agli intendimenti della politica governativa. Per il presidente della Tischgesellschaft, Beckedorff, la difesa contro la ”genia” degli ebrei era uno degli scopi più importanti della società:
"Non è in nostro potere respingerla dallo Stato della Scienza e dell’Arte, ma bandirla da questo tavolo a forma di ferro di cavallo non soltanto è nostra facoltà, ma lo riteniamo nostro dovere."
Gli ebrei erano considerati fatalmente stranieri, essi purtroppo avevano parte alla generale emancipazione e alla progressiva eliminazione delle barriere sociali, ma proprio per questo si riteneva di doverli bandire tanto più decisamente dalla società civile.
Certamente l’antisemitismo aveva in parte motivi personali – come nel caso di Arnim, il cui odio era cresciuto non da ultimo a causa dei debiti elevati contratti con creditori ebrei. Ciò tuttavia non ci aiuta a capire fino a che punto questo atteggiamento abbia avuto, almeno nel primo anno, un ruolo importante per il formarsi del sostrato ideologico della Tischgesellschaft berlinese.
Come mai ”gli uomini più ricchi d’ingegno di Berlino” (come diceva Karl August von Varnhagen) si divertivano tanto agli scherzi crudeli a danno degli ebrei, oppure - nel caso che come Staegemann non fossero nemici dichiarati degli ebrei – tolleravano queste invettive antisemite e l’esclusione persino dei convertiti, e in ciò non vedevano invece un motivo per tenersi lontano dall’associazione?
Una possibile spiegazione, anche se senz'altro da sola insufficiente, può derivare proprio dal legame ideologico più forte della Tischgesellschaft: il suo patrittismo:
Al centro delle convinzioni politiche, che davano vita all’associazione, stava l’orientamento nazionalista e antifrancese, che è molto più complesso di quanto voglia far credere la storiografia guglielmina; Steig vedeva Kleist e i compagni di tavolata impegnati nella lotta disperata per una sollevazione dei tedeschi contro Napoleone e per l’unità della Germania, martiri per uno scopo che allora non poteva essere realizzato, ma che sarebbe stato raggiunto nel 1871, col secondo Reich. L’associazione berlinese con la sua presunta tendenza rigidamente antiriformatrice rappresentava, secondo l’immagine fornita da Steig, una sorta di anticipazione della fondazione del Reich a Versailles nello spirito conservatore del giuramento di fedeltà dei principi al re prussiano in contrasto con tendenze democratiche ed unitarie sorte dopo le guerre di liberazione e in particolare dopo l’assenblea costituente nella ”Paulskirche” di Francoforte. E’ già stato detto che ciò non vale per la Tischgesellschaft, che non era decisamente conservatrice e antiriformista. Inoltre, questo modo di vedere il problema minimizzava coscientemente la portata del patriottismo particolaristico prussiano a favore della teleologia tedesco – nazionale.
Lo Stiftungslied (L’inno dello statuto) di Arnim, stampato a spese della società a testimonianza della fondazione, propagandava un atteggiamento patriottico, indirettamente antifrancese, ben lontano, però, dalle tendenze tedesco – nazionali. La Società conviviale, che aveva scelto per sé l’attributo ”tedesca”, nel suo primo testo programmatico si mostrava chiaramente orientata verso il particolarismo prussiano. Arnim personalmente difendeva un concetto di nazione che - per quanto vago – mirava all’unità tedesca per mezzo della lingua e della cultura. Nello “Stiftungslied” si intendeva con il termine nazione innanzi tutto lo stato prussiano–brandeburghese degli Hohenzollern e i suoi sudditi.(7) Alla “stirpe prussiana tra i tedeschi, al suo popolo” spetterebbe di difendersi contro gli ”stranieri” e di conservare la sua corona, cioè la sua forma di dominio e il suo Stato. Con l’evidente allusione a Novalis (”Dass sich Glaub’ und Liebe finde” [Perché si uniscano fede e amore]) Arnim stabiliva un legame col culto di Luisa, cioè la venerazione per la giovane Regina prussiana eletta madrina delle arti dai giovani romantici e morta prematuramente nel periodo dell’occupazione francese. La somiglianza dei versi dell’inno:
Del nostro popolo i cuori fedeli
Unisce una mano da spiriti mossa
con la predica tenuta il 5 agosto 1810 in occasione della ”festa commemorativa della defunta beatissima maestà reale” da Schleiermacher (8), risulta evidente nel punto in cui quest’ultimo vede realizzata la sua istanza di unità fra sovrano e popolo nella manifestazione di dolore per la transumanata Luise:
[ ….] non dappertutto – di questo possiamo dare atto a noi – un così intimo e saldo legame dell ‘ amore unisce il popolo con i suoi principi come questo popolo fedele con la casa nobile e benedetta, che governa su di noi.(9)
Il lutto per la regina era la pietra di paragone per la fedeltà del popolo prussiano alla sua monarchia minacciata e non fungeva, invece, come offerta di identificazione sul piano tedesco – nazionale.(10)
Ancora più chiara risulta questa linea prussiano – nazionalistica della Tischgesellschaft se teniamo presenti i mutamenti attraverso cui è passato Johann Gottlieb Fichte. Ancora nelle "Reden an die deutsche Nation" (Discorsi alla nazione tedesca) il filosofo manifestava soltanto disprezzo per il patriottismo particolaristico, quando però nell’estate del 1811 assunse la carica di presidente della Tavolata, brindava alla salute dei soci:
Evviva la corona,
Si erge sull’antico splendore
Armata dell’antica forza
Cinta dall’antica fedeltà
Ed anche la visione storica tracciata nello Stiftungslied con i suoi riferimenti all’ordine dei cavalieri teutonici, all’autoincoronazione di Federico I e non da ultimo alla regina Luise morta un anno prima, era tutta prussiana.
Friedrich August Staegemann compose per le riunioni due canti, nei quali il firmamento dei miti nazionali prussiani veniva completato ulteriormente con l’aggiunta di Federico II e del principe Louis Ferdinand.
Non c’è nessun dubbio: prima delle guerre di liberazione la Tischgesellschaft sosteneva un nazionalismo prussiano. I discorsi a tavola richiamavano i commensali alla loro responsabilità come ultimo contrafforte contro la decadenza del regno dei Hohenzollern e come rappresentanti di un’opinione pubblica che al di fuori degli incontri era costretta all’ipocrisia.
Mentre andava scomparendo la speranza nella continuazione e nella capacità di rigenerazione del Reich prussiano, i soci della Tavolata guardavano pieni di fiducia – come è detto in un Lied politico di Arnim – ”ancora al suo [di Federico] trono” e celebravano imperterriti la morte per la patria, che doveva continuare a promettere alla nazione prussiana un futuro (e immortalità nella memoria collettiva ai caduti per essa). La maggior parte dei testi della Tischgesellschaft possono essere comunque letti come contributi per il ”riarmo” ideologico della Prussia in una guerra di rivincita contro la Francia.
E’ in questo senso che va inteso l’orientamento antisemitico dell’associazione.
L’atteggiamento dimostrativo dell’associazione contro l’integrazione sociale della popolazione ebraica veniva notato dall’opinione pubblica contemporanea e finiva sulle cronache dei giornali. La fedeltà alla casa regnante, la fiducia nella forza della tradizione prussiana dovevano essere delimitate verso l’esterno, per poter agire come vincolo ideologico della Tavolata. Si capisce che bisognava ”odiare profondamente tutto quanto fosse francese”; quest’odio contro il più potente nemico esterno poteva, tuttavia, essere manifestato soltanto indirettamente. La ”guerra” dai toni ora scherzosi, ora seri contro filistei ed ebrei poteva trovare invece liberamente sfogo nei discorsi conviviali. Ciò avveniva nelle consuete invettive contro ”il meccanismo senza vita nel mondo”; il livellamento razionalistico e economico della vita, del quale erano considerati responsabili il borghese filisteo povero di fantasia e l’ebreo solo superficialmente acculturato, ma in verità eternamente estraneo alla natura cristiano – tedesca.
La campanella del presidente dell’assemblea annunciava, con il suo appellativo ”Concordia”, armonia, l’ ”amicizia” dei compagni della tavolata e il suo suono doveva ”spaventare coloro che solo in apparenza vivevano” e ”maledire ad alta voce gli ebrei”(12).
Gli ebrei non venivano considerati soltanto l’umanamente non riuscito, tutto ciò che era meccanico e solo in apparenza vivente (il cui smascheramento mette a nudo il ridicolo, produce una generale comicità in cui ogni sbeffeggiatore sa di appartenere al gruppo), Arnim faceva riferimento inoltre in due discorsi a tavola alla mancanza di una patria degli ebrei, anche questo uno degli stereotipi di quest’odio. Gli ebrei non erano legati a ”nessuna patria” e ricavavano perciò ”da ogni paese i loro vantaggi”, l’esperienza aveva inoltre ”mostrato che in guerra passavano con stupefacente disinvoltura dalla parte del vincitore o anche laddove una situazione di emergenza faceva sperare dei vantaggi – venivano sempre utilizzati come delatori.”
Farsi una chiara idea delle ”caratteristiche” degli ebrei significava, dunque, tenere lontano dalla tavolata potenziali traditori. Gli ebrei non venivano considerati soltanto, come i filistei, persone noiose e tristi e dunque fuori posto in una tavolata composta di allegri commensali, ma anche estranei, ostili. Combatterli significava in quest’ottica antisemitica difendere la patria contro il pericolo che la minacciava dall’interno. Come la Francia, il nemico esterno, non intendeva lasciare alla nazione tedesca alcuno spazio per la sua storia, così all’interno ci si sentiva assediati dalla presenza degli ebrei.(13) Una disputa di Arnim con un giovane ebreo si inasprì fino a diventare uno scandalo, perché entrambi sapevano che ciò su cui dibattevano era una questione di principio.
Brevemente i fatti: Moritz Itzig, un giovane studente berlinese di ricca famiglia ebrea, che faceva parte, fra l’altro, dell’intima cerchia degli allievi di Fichte, si era sentito offeso dalla visita che Arnim aveva fatto alla zia Sara Lewi. Arnim aveva, infatti, cattiva fama fra gli ebrei di Berlino, a causa delle voci che correvano sulla società da lui fondata. Già il suo solo apparire nel salotto della Lewi era considerato da Itzig un affronto, il suo comportamento e il suo disinvolto modo di vestire, erano visti dal nipote della padrona di casa come una provocazione. Arnim respinse una sfida a duello richiamandosi alle prese di posizione di altri suoi pari, del tipo: con un villano ebreo non ci si batte a duello, lo si prende semplicemente a bastonate. In seguito a ciò Itzig aggredì Arnim con un bastone, ma venne sopraffatto da quest’ultimo e arrestato dalla polizia.
Arnim e i suoi compagni di tavolata volevano assolutamente tenere lontano l’ebreo Itzig – come diceva Beckedorff – da ”un duello cavalleresco”; a Itzig questo non riconoscimento della sua possibilità di dare soddisfazione sia come borghese che come ebreo dovette sembrare una profonda umiliazione. A tutti gli interessati risultava chiaro che l’emancipazione, che in Prussia stava per realizzarsi legalmente, doveva essere impedita sul piano sociale ancora prima di essere introdotta.
Il connubio tra l’odio contro i francesi e quello contro gli ebrei(14) andava di pari passo con l’impiego degli stereotipi, che ogni volta venivano messi in campo per motivare l’avversione. E‘ stupefacente vedere come, per esempio, negli scritti di Grattenauer e Arndt le qualità negative attribuite al popolo vicino somigliavano a quelli che venivano ritenuti difetti radicati del carattere nazionale degli ebrei: il rigore naturale e la sobrietà dei tedeschi, la fedeltà e onestà, la purezza e morigeratezza, il coraggio tedesco si contrappongono alla superficialità, all’artificiosità, al tradimento, al dolo, alla simulazione, alla sordidezza, alla voluttà e viltà degli ebrei e dei francesi.(15) Si tratta, come si vede, di stereotipi, che si presentano sempre di nuovo nella lunga tradizione dell’odio antiebraico dal medioevo in poi. Importante e nuovo era – durante gli anni della guerra contro Napoleone – tra i discorsi a tavola, soprattutto in quelli di Brentano, Arnim e Beckedorff – il deciso ricorso ”ai profili caratteriali” e il loro accorpamento nell’immagine nemica complementare sia degli ebrei che dei francesi.
Ogni tentativo di assimilazione degli ebrei tedeschi attraverso il battesimo e l’accettazione dei costumi della società civile veniva considerato come finzione e simulazione sia rispetto alla ”purezza da riconquistare per mezzo dell’educazione nazionale” del ”popolo originario” che in considerazione della naturale immutabile estraneità del carattere ebraico. Si riteneva che gli sforzi del governo prussiano per una equiparazione giuridica degli ebrei fossero imposti dalle forze di occupazione.
Una chiosa politica, come quella riportata nella ”Allgemeine Zeitung” di Augusta in data 20 aprile 1811, non poteva certo rinsaldare le simpatie dei nazionalisti prussiani per l’emancipazione degli ebrei: “Napoleone, con il suo solo esempio, ha ridato agli ebrei i loro diritti umani.” Da una notizia come questa all’affermazione che gli ebrei sarebbero stati sempre dalla parte francese e contro la patria, il passo certamente non era grande. Soltanto nel quadro delle esperienze delle guerre di liberazione il pregiudizio che vedeva nell’ebreo un essere senza patria, probabilmente cominciò a vacillare.(16)
I discorsi conviviali degli anni 1813–15 testimoniano dell’apertura del nazionalismo prussiano della Tischgesellschaft a tutta la Germania, anche se un giudizio complessivo per il periodo dopo i primi due anni risulta essere problematico, dal momento che, ad eccezione di un Lied di Brentano, ci sono pervenuti soltanto testi di Arnim e l’ampliamento dell’orizzonte patriottico dalla nazione prussiana a quella tedesca era stato operato già dagli inizi della società proprio grazie ai contributi di Arnim e Brentano. Tuttavia ai pochi discorsi a tavola del periodo delle guerre di liberazione spetta un particolare significato per la portata politica della Società conviviale in quanto tutti furono tenuti in occasione della più importante riunione dell’anno dell’associazione, il 24 gennaio, il genetliaco di Federico II e la festa della fondazione della Tischgesellschaft.(17)
In generale, durante le guerre contro l’oppressione napoleonica, si può osservare in Germania lo spostamento d’accento da un nazionalismo decisamente particolaristico ad un nazionalismo tedesco. Nella Tischgesellschaft già negli anni 1811 – 12 veniva diffusa ”l’idea dell’incremento di una educazione della cultura nazionale per mezzo della lingua e della poesia”(18). Nei discorsi a tavola di Brentano e di Arnim essa trovava, già prima del generale entusiasmo per la guerra, una via di fuga dalla sfera ristretta degli intellettuali. Nelle riunioni della Tavolata l’utopia romantica di una nazione tedesca fondata sulle fondamenta di una tradizione artistica comune raggiungeva il pubblico di una élite berlinese socialmente differenziata. In che misura i compagni di tavolata si lasciassero convincere, non si sa. I testi pervenutici provano che i romantici nella Tischgesellschaft si erano impegnati in ogni modo per far conoscere la loro idea di tradizione culturale tedesca unitaria.
La forma di organizzazione sociale nella Tischgesellschaft era perlopiù contraria all’idea romantica della Geselligkeit (socievolezza), ma il suo programma culturale era decisamente influenzato dall’estetica romantica di Brentano e di Arnim. La Società conviviale non poteva essere ”un’opera d’arte della socievolezza” nel senso di una conversazione libera e disinteressata, di una trasposizione dalla sfera della fantasia artistica a quella dell’esperienza sociale, sul tipo di quella vagheggiata da Schleiermacher sul modello dei salotti berlinesi intorno al 1800.
Il trasferimento del luogo di riunione dall’abitazione privata alla tavola conviviale, l’istituzione di una società chiusa nella cornice di un locale pubblico, in una situazione, dunque, che potrebbe essere definita un ”luogo pubblico a carattere privato”, il riunirsi insieme intorno a un tavolo a mangiare e bere con esclusione delle donne: queste riunioni conviviali di soli uomini, così diverse dalle frugali riunioni intorno ai tavoli da the nei salotti, davano vita ad un tipo di discorso più fortemente politicizzato, libero dai condizionamenti della censura. Un discorso libero anche dalla galanteria rispetto alle donne, che poteva includere anche temi riguardanti il sesso, proibiti al di fuori delle riunioni di questo tipo.
Una libera conversazione, non finalizzata, era impossibile per ragioni pratiche, come la ristrettezza dello spazio e la cattiva acustica, in riunioni nelle quali fino a sessanta commensali potevano sedere intorno a un tavolo. La società conviviale continuava la tradizione delle associazioni illuministiche, infatti nella scelta dei membri non aveva alcuna importanza la differenza di ceto sociale; ”gli eruditi più ragguardevoli, i più alti funzionari dello Stato, ufficiali e gentiluomini di corte” si incontravano, come già rilevava Varnhagen, che nel suo elenco dimentica soltanto gli artisti. Venivano prese decisioni democraticamente, secondo il principio maggioritario. Un alto grado di organizzazione sociale venne raggiunto per mezzo delle leggi dell’associazione, della distribuzione delle funzioni e della regolamentazione precisa dello svolgimento delle riunioni. Si trattava di una – come Arnim diceva – società mista ”di uomini di tutte le cerchie sociali, che si riunivano per consigliarsi sulle leggi”.
Rientravano nelle attività quotidiane della Tavolata i dibattiti sulle modifiche degli statuti, sull’ordine del giorno oppure sull’ammissione di nuovi soci. Brentano e Arnim cercarono di opporsi a questa predilezione piccolo borghese alla formazione di conventicole ammonendo contro il ”pericolo di ridursi a una schiera di persone sedute l’una accanto all’altra a mangiare” e facendo ”proposte per un abbellimento esterno”, cioè un programma culturale.
Alla ottusa, noiosa seriosità dei dibattiti nell’associazione i romantici contrapponevano per esempio il programma di un ”archivio scherzoso”, nel quale dovevano essere raccolte ”lettere bizzarre”, ”fascicoli ridevoli”, ”iscrizioni di giornali” e anche ”lettere di pazzi”.
La discussione di tono serioso su temi politici dovette accettare il filtro ironico della pura cretineria come l’esibizione di Jeantet (”artista che godeva dei privilegi della casa reale”) per il cui spettacolo da circo con canarini ammaestrati Arnim fornì un’introduzione pseudo-erudita.
Nonostante l’occupazione francese si trovavano allora a Berlino numerose società gastronomiche, che si incontravano in determinati giorni della settimana nelle trattorie. La vita sociale della capitale prussiana era molto attiva e la concorrenza tra le varie associazioni alta. L’enorme successo della Tischgesellschaft si può spiegare con il fatto che nessuno voleva mancare a riunioni come questa, nelle quali con bravura e con spirito venivano portati attacchi contro gli ebrei e i filistei. Soprattutto l’impressione del discorso a tavola di Brentano sul ”Filisteo” deve essere stata travolgente: ”Quando Brentano presentò il suo Filisteo, con tutta la forza del suo talento, la società non stava più nella pelle, esultò e si mise a gridare divertita”, osserva Varnhagen, che per Brentano non aveva simpatia; e Hitzig, che era stato sbeffeggiato dalla satira di Brentano, si risentì in modo particolare perché “i begli spiriti di Berlino e le persone elette erano state lì a bocca aperta ad ascoltare la sua esibizione”(19)!
Fu dunque certamente il particolare programma culturale a trasformare l’associazione nel 1811 in un avvenimento sociale. L’idea romantica che sta alla sua base era guidata da un’intenzione estetica e politica, espressa da Arnim già nel suo saggio sui Volkslieder (canti popolari) e sviluppata poi nella ”Zeitung für Einsiedler” (Giornale per gli eremiti). Il ricordo delle tradizioni dell’antica arte tedesca cristiana e i tentativi di richiamarla in vita, la continuazione e la ripresa del culto di Goethe, al quale Arnim associava Schiller per completare la coppia ”dei dioscuri”(20), rappresentano momenti centrali del programma culturale della Tischgesellschaft. Brentano esaltava Goethe nel suo discorso sui ”Filistei” come l’unico essere veramente non filisteo e ”uomo completo”; Arnim compose un ”motto del giorno di riunione” su Goethe e Schiller, recitò una parodia del "Lied von der Glocke" (Canzone della campana) e inviò dal suo viaggio a Weimar stanze che inneggiavano alla festa di compleanno di Goethe.(21)
I romantici recitavano nelle riunioni conviviali storie patriottiche e divertenti facezie, che vennero trascritte in un volume intitolato ”Tesoro dei ricordi della nostra socievolezza”. Seguendo il modello della Liedertafel (Società corale) – quattro dei suoi musicisti, cioè Zelter, Wolfart, Grell e Flemming figuravano comunque fra i soci – si tentava anche di cantare in coro canzoni popolari; venivano mostrate antiche incisioni tedesche in rame e Arnim tenne un discorso, nel quel presentò copie di antiche pitture tedesche su legno, incoraggiando la creazione di una vera e propria collezione d’arte alla maniera dei Kunstvereine, delle associazioni artistiche che sarebbero sorte più tardi. Le testimonianze dei primi due anni attestano, insomma, un vario e vivace programma culturale, le cui linee direttrici possono essere definite però una politicizzazione dell’estetica. Mentre i discorsi conviviali di tono marcatamente politico intorno agli anni 1811 –1812 mettono in luce il nazionalismo strettamente prussiano dei convitati berlinesi, le posizioni proprie di Arnim e Brentano nel senso di una cultura nazionale tedesca erano integrate negli interventi culturali. Corrispondentemente alla contrapposizione tipica della Tischgesellschaft fra non romantica socievolezza dell’associazione e programma culturale romantico, è possibile individuare sul piano dei contenuti una discordanza fra l’orientamento politico da una parte - per esempio poesie ispirantesi al particolarismo di marca prussiana prima del 1813 o discorsi conviviali ufficiali dei ”portavoce”, dei presidenti in occasione dell’assunzione di una carica o della rinuncia ad essa - e dall’altra le conferenze solo apparentamente apolitiche sull’arte minore e sull’arte alta, che sostenevano un ampliamento del concetto di nazione nel senso di una comune cultura della nazione tedesca.
Grazie a questa ambiguità fra programma culturale romantico e discorsi a tavola di tendenza politica nazionalistico–prussiana furono gettate le basi per legare insieme nazionalismo prussiano e nazionalismo tedesco che venne annunciato solennemente nelle canzoni politiche di Arnim in occasione della ricorrenza della fondazione (1813–15) e nel suo discorso a tavola del gennaio 1815.
Anche in questi testi non si rinunziò al personaggio più importante dei miti nazionali prussiani, Federico II, tuttavia la sua figura adesso veniva interpretata in funzione dell’intera nazione tedesca. Egli rappresentava ora la speranza in un ruolo guida della Prussia nella ”guerra santa”(22) contro la Francia napoleonica:
Federico per sette anni
In guerra contro il mondo intero
Insegna che basta una sola stirpe di tedeschi
A conservare ai popoli la loro libertà

troviamo scritto nella canzone di Arnim per il 24 gennaio 1813 in occasione del compleanno di Federico, che un anno più tardi sarebbe stata pubblicata nel ”Corrispondente prussiano” da lui diretto.(23) E concludeva anche il suo discorso del gennaio 1815 con una glorificazione di Federico; qui la fondazione della monarchia prussiana viene identificata con l’inizio di una identità nazionale,(24) sul cui modello devono orientarsi la salvezza e l’unificazione della Germania:
"Possa nei cuori di tutti vivere Federico, che nella Germania priva di fermezza e abbandonata a tutto quanto che è estraneo e straniero, fondò la Prussia; possa da essa nascere la Germania armata come Minerva dal capo di Giove. Evviva Federico e la corona di Prussia!"
Tutta la Germania – così sperava per il futuro l’oratore – doveva ”diventare una congregazione pacifica di Stati”, conservare la ”sua unità” e raccogliere insieme i suoi ”eletti”, solo allora la Tischgesellschaft avrebbe raggiunto il suo scopo e il tributo di sangue pagato da coloro che erano morti per la Germania non sarebbe stato vano. La Germania, secondo Arnim, non poteva più opporsi alla volontà di dominio della Prussia, dopo che questa aveva avuto la sua parte nella vittoria su Napoleone, né d’altro canto la Prussia dopo la pace di Parigi poteva sottrarsi a lungo alla sua missione tedesca.(25) L’Austria non viene più menzionata; non v’era dubbio su chi avrebbe reclamato per sé il trono di Giove nel futuro cielo nazionale.
Poichè per gli anni successivi fino al 1834 - eccetto un canto in onore di Blücher del 1816 e un resoconto di Varnhagen su una visita a una riunione dell’anno 1822 - non esistono altre testimonianze scritte, ci sembra ozioso fare supposizioni circa le reazioni dei soci della Tavolata ai risultati deludenti per il movimento nazionale tedesco dopo il Congresso di Vienna e gli anni seguenti. Con il discorso di Arnim del 1815 viene raggiunto comunque un punto estremo per la definizione del profilo politico della Tischgesellschaft. In quest’ultima presa di posizione politica durante un’assemblea dell’associazione si diede voce in maniera inequivocabile al ruolo guida della Prussia nell’educazione della nazione tedesca. La visione particolaristica prussiana si risolveva in quella dell’unità tedesca. – Da tempo non circolavano più macabre canzonature sugli ebrei. Non a caso il discorso a tavola di Arnim in occasione dello scandalo Itzig nel luglio 1811 fu l’ultimo ad avere come tema gli ebrei. Già nell’estate del 1811 Fichte, nell’assumere l’ufficio di presidente, aveva detto chiaro e tondo che simili spiritosaggini non si addicevano ad una ”rispettabile società”, poiché susciterebbero soltanto ”fama cattiva”; bisognava invece dedicarsi insieme ad una meta molto più ”alta”, alla celebrazione appunto della ”corona”, alla riconquista del suo ”antico splendore”, della sua “forza e fedeltà”.

 

Note:
(1) Questo saggio (ringrazio Francesco Maione per il suo grande aiuto!) presenta un riassunto di alcuni risultati della mia ricerca sulla Deutsche Tischgesellschaft, pubblicata nel 2003 nella monografia "Geschichte der deutschen Tischgesellschaft" e nel 2008 con il vol. 11 dell'edizione storico critica delle opere di Ludwig Achim von Arnim (Weimarer Ausgabe): "Texte der deutschen Tischgesellschaft", presso il Niemeyer-Verlag, Tübingen.
(2)Vedi Ernst Klein, Von der Reform zur Restauration. Finanzpolitik und Reformgesetzgebung des preußischen Staatskanzlers Karl August von Hardenberg, Berlin 1965, p. 256.
(3) Tutti i documenti senza indicazione di fonte in nota sono citati secondo l'edizione storico critica di cui sopra in nota (1).
(4) Della conferenza di Brentano ”Der Philister, vor in und nach der Geschichte” non si è conservato nessun manoscritto, ma soltanto la prima stampa, edita a spese della società. La versione berlinese è probabilmente un ampliamento della ”Naturgeschichte des Philisters” presentata già nella casa di Tieck a Jena tra il 1799 e il 1800, ma non ne abbiamo alcuna prova, se si eccettua l’accenno nella biografia tieckiana di Köpke (Rudolf Köpke, Ludwig Tieck. Erinnerungen aus dem Leben des Dichters nach dessen mündlichen und schriftlichen Mitteilungen, Leipzig 1855) che non è, però, anche per altri punti, attendibile.
(5)Così Reinhold Steig, nel suo libro Kleists Berliner Kämpfe (Berlin, Stuttgart 1901), che ha condizionato l’immagine della ”Tischgesellschaft” fino agli anni ’70 del secolo scorso . Ancora oggi si aggira come un fantasma nei manuali lo schema ripetitivo e riduttivo tedesco–nazionalistico, vedi, per esempio: Handbuch der Romantik, a cura di Helmut Schanze, Stuttgart 1994; Volker Meid, Sachwörterbuch zur deutschen Literatur, Stuttgart 1999.
(6)Il convinto protestante Arnim era invece di altra opinione e ancora anni più tardi accenna che ”la legge che esclude con la maggioranza di voti dalla società anche ebrei battezzati è stata emanata contro la mia convinzione, che io ritengo piuttosto dovere di ogni buon cristiano accogliere nel proprio seno questi neofiti con dolcezza e indulgenza e di scioglierli con modi gentili dai lacci della vecchia alleanza”. Essere stato battuto dalla maggioranza su questo punto importante, non sembra ad Arnim per niente cosa particolarmente cattiva, bensì una prova della struttura democratica della sua associazione: ”Il fatto che il primo giorno io sia stato battuto nella votazione e la mia opinione sia stata respinta quando avevo ancora in mano il massimo potere può costituire una prova della intima libertà della società”.
(7)Secondo Arnim la Prussia come ”patria più limitata” acquistava la sua identità soltanto con l’accorpamento alla più vasta patria tedesca. In tal senso, nell’autunno 1811, Beckedorff raccomanda come ospite alla società un certo tenente von Steimaecker, mettendo l’accento sul fatto che questi era ”un buon prussiano e tedesco” (ad Arnim, 9 ottobre 1811, in: Hermann F. Weiss, Unbekannte Briefe von und an Achim von Arnim aus der Sammlung Varnhagen und anderen Beständen, Berlin 1986, p. 228).
(8)Nella ricerca si accenna – senza menzionare Schleiermacher – al fatto che dopo la morte di Luise ”ecclesiastici protestanti insieme alla chiesa di Stato prussiana assumono sempre più la gestione del mito” (Wulf Wülfing, Karin Bruns, Rolf Parr, Historische Mythologie der Deutschen 1798-1918, München 1991, p. 89).
(9)Friedrich Schleiermacher, Sämmtliche Werke, 2. Abt., Bd 4, Berlin 1844, p. 55
(10)Proprio all’anno di fondazione della Tavolata risale la preghiera che Brentano rivolge a Beethoven di musicare la sua cantata in memoria di Luise (in una lettera non conservata del 10 gennaio 1811); Beethoven rifiuta in una lettera a Bettina del 10 febbraio con la seguente motivazione: ”Molte grazie per il pensiero di Clemens, circa la cantata (sic!), l’oggetto per noi qui non è abbastanza importante, altra cosa è a Berlino [….].” (Beethoven, Briefwechsel, Gesamtausgabe. Bd 2, München 1998, p. 178). Theodor Körner nelle sue canzoni di guerra del 1813 fa il tentativo di spogliare Luise dei suoi attributi prussiani e offrirla così al movimento nazionale tedesco come figura mitica. Mentre nella prima strofa della canzone ”Alla regina Luise” troviamo ancora i versi: ”Angelo trasfigurato! Più a lungo non piangerai / l’aquila della Prussia verso la vittoria aleggerà”; nei versi finali della terza strofa essi suoneranno: ”Luise sii l’angelo protettore della causa tedesca/ Luise sii la parola d’ordine della vendetta “ (Theodor Körner, Werke, a cura di Adolf Wolff, Berlin 1858, p. 19 e sg.). L’eliminazione degli attributi prussiani a favore di una nuova interpretazione di Luise come ”donna tedesca” nella più tarda e famosa poesia ”Davanti al busto di Rauch della regina Luise” con i versi : ”Verrà allora il giorno della libertà e della vendetta / il tuo popolo allora chiamerà; allora svegliati, donna tedesca!” (Werke, p. 4) corrisponde alla tendenza dominante prevalentemente nazionalistica mirante nelle guerre di liberazione almeno per un certo periodo alla sollevazione dell’intera Germania contro la Francia napoleonica. L’impiego di un mito risalente alla dinastia degli Hohenzollern testimonia la speranza che il movimento nazionale tedesco nel suo insieme poneva nel potenziale militare ed anche politico – diplomatico dello stato prussiano.
(11)Le vicinanze dell’associazione con la casa regnante prussiana risultano dagli appunti di Fichte su un’assemblea nell’estate 1811, nei quali viene riferito di una discussione ”circa la proposta del signor von Arnim, di mettere a disposizione in seguito alla richiesta di sua altezza reale 100Rth dalla cassa per la situazione generale della guerra”. Non la domanda se, ma soltanto quella intorno al reperimento della notevole somma era al centro del dibattito; in una situazione politicamente scabrosa, nella quale lo stato di tensione fra l’impero russo dello zar e la Francia facevano presagire l’imminente scoppio di una guerra, nella quale la Prussia avrebbe dovuto decidere con quale parte schierarsi, per i commensali della Tavolata era naturale fornire un concreto, materiale contributo all’armamento militare. A corte e nel governo la società veniva chiaramente annoverata fra le associazioni patriottiche, alle quali, se la situazione lo avesse richiesto , ci si sarebbe potuti rivolgere per contributi alle casse dello Stato.
(12)Arnim nella sua parodia di Schiller "Die Glockentaufe" (Il battesimo della campana), nella quale egli utilizza in chiave parodistica il testo di Schiller per descrivere l’abituale svolgimento di una riunione della Tavolata.
(13)Così scrive Wilhelm Grimm alla fine del 1800 da Berlino a Louise Reichardt; ”Questo popolo funesto non può essere evitato in nessun modo, esso vuole essere considerato alla pari; essi si sarebbero tutti già da tempo fatti battezzare a Berlino, se non sperassero di cavarsela in futuro più a buon mercato; chi è un buon cristiano deve dunque diventare ebreo, per non trovarsi fra loro” (Achim von Arnim und die ihm nahestanden, Bd 3: Achim von Arnim und Jacob und Wilhelm Grimm, a cura di Hermann Grimm e Reinhold Steig, Stuttgart, Berlin 1904, p. 78; cfr. Heinz Härtl, Clemens Brentanos Verhältnis zum Judentum, in Clemens Brentano, a cura di Hartwig Schultz, Bern etc. 1993, p. 190). Sorprendente è poi la somiglianza con affermazioni di ugual tenore sui francesi in Geist der Zeit di Ernst Moritz Arndt: ”Da sempre ho preferito non aver niente a che fare con loro ed ora occupano per terra e per mare tutti gli accessi e le vie della storia con tanta arroganza, che è impossibile fare un passo senza imbattersi in loro.” (Werke, a cura di August Leffson e Wilhelm Steffens, Berlin etc. s.a., vol. 6, p. 155).
(14)L’odio contro i francesi e l’odio contro gli ebrei si trovano esplicitamente accoppiati in Arndt: ”[….] i francesi che possono essere chiamati gli ebrei mal raffinati, un paragone nel quale ai poveri ebrei si arreca persino un torto che grida vendetta” (Lettera alla sorella Dorothea, 20 April 1814, Briefe, a cura di Albrecht Dühr, Darmstadt 1972/73, Bd 1, p. 365). In uno scritto risalente allo stesso periodo Arndt definisce gli ebrei ”popolo corrotto e degenerato” (Blick aus der Zeit auf die Zeit, s.l., 1814, p. 193). A tal riguardo ci sembra pertinente la considerazione ironica di Heine (che si riallaccia a Börne) sul ”divoratore di francesi” Menzel, che nella sua rivista ”macellava ogni giorno una mezza dozzina di francesi e se li divorava fino all’ultimo boccone; dopo aver mangiato i suoi sei francesi, era solito divorare per giunta un ebreo, per avere in bocca un buon sapore, pour se faire la bonne bouche”. (Heinrich Heine, Sämtliche Schriften, a cura di Klaus Briegleb, München 1976, Bd 11, p. 455; cfr. Gerhard R. Kaiser, Illustration zwischen Interpretation und Ideologie. Jozséf von Divékys antisemitische Lesart zu E.T.A. Hoffmanns “Klein Zaches genannt Zinnober”, in Mitteilungen der E.T.A. Hoffmann-Gesellschaft 35(1989), p. 37)
(15)Cfr. Christian Wilhelm Friedrich Grattenauer, Anhang zur Erklärung meiner Schrift: Wider die Juden, Berlin 1803, p. 20ff.; Oskar Richter, Die Lieblingsvorstellungen der Dichter des deutschen Befreiungskriegs, Leipzig 1909, p. 39ff.; Michael Jeismann, Das Vaterland der Feinde. Studien zum nationalen Feindbegriff und Selbstverständnis in Deutschland und Frankreich 1792-1918, Stuttgart 1992, p. 81.
(16)Significativo per la parte avuta – più tardi attestata fra l’altro da Staegemann, col suo accenno alla morte eroica di Moritz Itzig – dalla acculturata borghesia ebrea berlinese nel patriottismo prussiano è p.e. il contributo al culto di Luise contenente la poesia di otto strofe scritta da L. M. Büschenthal ”Über den Tod ihres Majestät der Königin von Preußen” (Sulla morte di Sua Maestà la regina di Prussia), che venne stampata sulla rivista ”Sulamith - Zeitschrift zur Beförderung der Kultur und Humanität unter den Israeliten.”(3°anno, 1810, pp. 385-388). La rivista di Fränkel porta avanti le posizioni dell’illuminismo ebraico inteso a liberare la religione da ogni residuo pregiudizio e a raggiungere l’equiparazione borghese degli ebrei. Per mettere in rilievo il dato di fatto che l’ebraismo significava soltanto un’appartenenza religiosa, la rivista aveva cambiato nel 1810 il sottotitolo ”tra la nazione ebraica” in ”tra gli israeliti”; cfr. Samuel Stein, Die Zeitschrift “Sulamith, in Zeitschrift für die Geschichte der Juden in Deutschland 7(1937), pp.193-226. Secondo Staegemann fra i frequentatori ebrei dei salotti viennesi era diffuso all’inizio del Congresso di Vienna un forte entusiasmo patriottico per la Prussia: ”Si sente dire spesso che gli ebrei non avrebbero una patria. Alla signora von Eskeles vengono, però, quando si parla male della Prussia, i crampi e la signora von Arnstein si rivolge alle persone con villania ed è fuori di sé. Ti compromette con il suo veemente patriottismo, dice Humboldt." (Lettera alla moglie, 16 novembre 1814, in Hedwig von Olfers, geb. v. Staegemann 1799-1891. Ein Lebenslauf, a cura di Hedwig Abeken, Berlin 1908, Bd 1, p. 254). Per il patriottismo ebraico durante le guerre di liberazione vedi Horst Fischer, Judenthum, Staat und Heer in Preußen im frühen 19. Jahrhundert, Tübingen 1968, pp. 37-44.
(17)Il vero giorno della fondazione era il 18 gennaio, che in quanto giorno dell’incoronazione della monarchia prussiana, assumeva una connotazione fin troppo chiaramente prussiano-nazionalistica. Chiaramente era più grande il desiderio dei soci della Tischgesellschaft di dedicare la loro festa più importante dell’anno al compleanno di Federico II, vale a dire al mito più significativo prussiano; per questo motivo si celebravano insieme, già a partire dal secondo anno (1812), una settimana più tardi, dunque il 24 gennaio, la festa della fondazione e il compleanno di Federico.
(18)Cfr. Wolfgang Frühwald, Die Idee kultureller Nationbildung und die Entstehung der Literatursprache in Deutschland, in Nationalismus in vorindustrieller Zeit, a cura di Otto Dann, München 1989, pp. 72-91.
(19)Itzig a Fouqué, 15 aprile 1911, in Nikolaus Dorsch, Julius Eduard Hitzig, Frankfurt a.M. 1994, p. 219.
(20)Per quanto mi risulta, Arnim è il primo ad applicato questo termine agli autori di Weimar.
(21)Cfr. Renate Möring, Achim von Arnims Weimar-Stanzen. Mit einem Gedicht auf Christoph Martin Wieland, in Wieland-Studien 3(1996), pp. 59-79.
(22)Questa espressione viene impiegata non solo da Körner ( Werke, op. cit. 1. Bd, p. 18), ma anche per esempio da Schleiermacher nella sua Kriegspredigt (Predica di guerra) il 28 marzo 1813, in Sämtliche Werke, 2. Abt, Bd 4, p. 70)
(23)Al tempo delle guerre di liberazione le istruzioni per la stampa propagandistica del ministro degli esteri prussiano von der Goltz con il loro incitamento al ”risveglio e rafforzamento degli ideali patriottici, prussiani, genuinamente tedeschi” (Paul Czygan, Zur Geschichte der Tagesliteratur während der Freiheitskriege, Leipzig 1909, Bd2, p. 120; cfr. Wolfgang Piereth, Propaganda im 19 Jahrhundert, in Propaganda, a cura di U. Daniel, W. Siemann, Frankfurt a. M. 1994, p. 26 e sg.) finivano per sostenere posizioni su questo punto molto vicine alle idee di Arnim – una unione tra nazionalismo particolarismo e nazionalismo tedesco. Lo stesso Schleiermacher, nell’entusiasmo nazionale per le guerre di liberazione, affermava ancora nella sua famosa ”professione di fede politica” (lettera a Friedrich Schlegel del 12 giugno 1813) di non ”essere proprio così contrario che debbano esserci Sassonia, Brandeburgo, Austria e Baviera” ma continua dicendo che queste ”differenze di stirpe” non dovono più dominare ”sulla più grande unità nazionale” e ”portare sull’orlo dell’abisso”: ”Perciò il mio più grande desiderio dopo la liberazione è quello di un vero impero tedesco, potente e che rappresenti all’esterno l’intera nazione tedesca, ma che conceda ai singoli Stati e ai loro regnanti la libertà di svilupparsi e di governare secondo le proprie peculiarità”. Schleiermacher poteva immaginare la guida solo nelle mani dell’Austria; ma poi concludeva perplesso se quest’ultima ”fosse abbastanza liberale per fondare l’impero di cui noi in questo momento abbiamo bisogno” (Jan Rachold, Friedrich Schleiermacher. Eine Briefauswahl, Frankfurt a. M. ecc. 1995, p. 224 e sg.).
(24)Anche in un sermone politico risalente allo stesso anno "Am zwei und zwanzigsten Oktober 1815" Schleiermacher mise insieme “il fondamento del nostro intero popolo tedesco” con il momento della fondazione del regno degli Hohenzollern. Proprio 400 anni addietro il ”primo Hohenzollern come signore della marca di Brandeburgo ha ricevuto dagli abitanti del luogo il giuramento di fedeltà”. Allora avrebbe avuto inizio quel particolare ”coraggio pronto al sacrificio dei prussiani”, grazie al quale lo stato degli Hohenzollern aveva potuto dare ”un contributo così importante alla liberazione della Germania” (Sämmtliche Werke, op.cit., p. 84 e sg.).
(25)Vedi la lettera di Arndt a Gneisenau, Francoforte sul Meno, 4 settembre 1814: ”La Prussia raggiungerà senz’altro fra breve la signoria sulla Germania se: 1) tiene stretto nelle sue mani il territorio renano fino a Magonza, 2) promuove la libertà di stampa […..], 3) concede dappertutto ragionevoli costituzioni, che piacciono ad un popolo che ama la libertà, e infine 4) nelle sue diverse regioni nel campo delle molte religioni e nel costume onora di più il diverso e il particolare di quanto non sia avvenuto in passato” (Dühr, op. cit., Bd 1, p. 414). Nel suo discorso tenuto nel 1815 alla presenza dei soci Arnim faceva apertamente riferimento ad Arndt, originariamente antiprussiano, definendolo come ”uno degli scrittori più ricchi d’ingegno della nostra nazione” – ”nazione” significa qui senz’ombra di dubbio Germania e non Prussia. Arnim assegnava adesso all’associazione persino il compito nel movimento nazionale tedesco di agire come un bel legame di sentimenti tedeschi insieme alle nuove associazioni tedesche fondate dietro impulso di Arndt nella Germania intera. Lo scritto di Arndt Entwurf einer teutschen Gesellschaft era apparso all’inizio del 1814 e aveva portato alla fondazione di numerose associazioni di questo tipo, soprattutto nell’Assia. Vedi Friedrich Meinecke, Die deutschen Gesellschaften und der Hoffmannsche Bund, Stuttgart 1891; Karin Luys, Die Anfänge der deutschen Nationalbewegung von 1815 bis 1819, Münster 1992; Stefan Nienhaus, Vaterland und engeres Vaterland. Deutscher und preußischer Nationalismus in der Tischgesellschaft, in: Die Erfahrung anderer Länder, a cura di H. Härtl e H. Schultz, Berlin, New York 1994, pp. 149 sg. La nascita delle “associazioni tedesche” era storicamente legata alle guerre di liberazione: ”erano una sorta di serbatoio che raccoglieva cittadini simpatizzanti dell’idea nazionale la cui linea operativa da principio si ispirava alle idee di Arndt. Il confronto con la storia tedesca, la conoscenza di canzoni e discorsi, li portò talvolta ad andare oltre il contesto strettamente educativo per avvicinarsi al mondo della politica” (Luys, op. cit., p. 44 sg.). La vita della maggior parte di queste associazioni durava ”soltanto pochi mesi”, esse rappresentavano la borghesia patriottica delle piccole città di provincia come Idstein, Kreuznach, Langensdiwalbach, Britzbach, Wiesbaden ed anche Heidelberg, dove la ”società di lettura tedesca” divenne il germe della ”Burschenschaft” (corporazione studentesca). Il minimo denominatore comune ideologico era il compito impartito da Arndt a tutte queste associazioni ”di dar vita a sentimenti tedeschi contrari a quelli francesi” (Ludwig Snell, Promemoria an das nassauische Staatsministerium vom 7./9.September 1814, in Luys, op. cit., p. 55 e sg.). Il governo del granducato di Nassau vietò ancora nell’estate 1814 la società di Wiesbaden, a febbraio 1815 anche quella di Idstein, a causa delle loro tendenze politiche e della loro ingerenza nelle competenze del governo riguardo a ”importanti questioni di carattere generale della Germania intera.” (così la formulazione della ”Resolutio Serenissimi” granducale del novembre 1814, Luys, op. cit., p.56) Le ”Società tedesche” per la provenienza dei loro membri, per le loro attività culturali e la loro influenza sociale e politica erano solo in parte paragonabili alla Deutsche Tischgesellschaft. Anche Arnim nel suo discorso a tavola stabiliva un collegamento con la fondazioni di queste associazioni, in fondo ciò che gli importava era reclamare nei riguardi di Arndt il primato dell’idea per la fondazione di simili organizzazioni.

 

Hier folgt nun eine Linksammlung zum Thema, deren Auswahl ich mit der Zeit ergänzen werde:

www2.uni-jena.de/ereignis/index.htm

Hier erhält man Informationen zum derzeit wohl umfassendsten interdisziplinären Forschungsprojekt zur Zeit um 1800, konzentriert auf den Ereignisraum Jena-Weimar.

www.berliner-klassik.de

Viele Informationen und Links zur Berliner Kultur um 1800. Der Titel dieser Seite ist natürlich eine Provokation: Nicht Weimarer, sondern Berliner Klassik?! D

www.romantikforschung.de

Dies ist die Seite der Stiftung für Romantikforschung mit Sitz in Starnberg (in Zusammenarbeit mit dem Lehrstuhl von Günther Oesterle der Universität Giessen). Zweck der Stiftung ist die Förderung der Erforschung der Epoche der Romantik (1770-1820) in ihrer Gesamtheit von Literatur, Kunst, Philosophie, Geschichts- und Naturwissenschaft und in ihren geisteswissenschaftlichen Bezügen zur Gegenwart, insbesondere zu zeitgenössisch-aktuellen und gesellschaftlichen Fragestellungen.

www.textkritik.de

Informationen zu Theorie und Praxis der Editionsphilologie, sowie Materialien zu Kleist, Kafka u.a. Gute Auswahl von Links.

www.varnhagen.info

Auf dieser Seite der Varnhagen-Gesellschaft mit Sitz in Köln finden Sie viele Informationen zu dem wichtigen Paar der preußischen Kulturgeschichte um 1800: Rahel und Karl August Varnhagen von Ense.

www.virtuelles-museum-preussen.de

Eine umfassende Linksammlung zur preussischen Geschichte. Besonders ausführlich und schön bebildert ist:

www.koenigin-luise.com

Königin Luise mit ihrer Schwester Friederike:

2.

Un altro periodo con importanti contributi della letteratura e dell`arte tedesca alla cultura europea e/o mondiale erano gli anni venti e trenta del `900 (dopo il `33 in forma di letteratura dell`esilio). Hans Fallada ne fa parte. Di "E adesso, pover'uomo" è uscita di recente presso Sellerio una nuova traduzione da parte di Mario Rubino che presenta una cinqantina di pagine che nella precedente edizione italiana eranno state censurate!

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-- Il seguente articolo è inedito. Chi ha l'intenzione di citare dal testo dovrebbe farlo col riferimento alla pagina web. --

Stefan Nienhaus


Che cosa hanno in comune Il conte di Montecristo e Piccolo uomo – e adesso? Considerazioni sul successo popolare di Hans Fallada.

Prima della fine della II Guerra Mondiale esisteva in Germania un’industria cinematografica – la UFA - che poteva ancora sognare di competere con Hollywood nell’intrattenimento del pubblico mondiale. E prima dell’avvento del nazismo c’era ancora una letteratura tedesca che non era soltanto rispettata come una delle tante letterature provinciali di una cultura globale bensì - con autori come Thomas e Heinrich Mann, Alfred Döblin e Robert Musil - faceva parte delle tre letterature guida del mondo. Contava, però, soprattutto un altro fenomeno, oggi inimmaginabile: la letteratura di successo di massa, popolare, era ancora “fatta in casa”, la letteratura tedesca poteva ancora contare su un romanzo “volkstümlich” (“nazionale”) e di grande diffusione. Certo, nel 2002, per esempio, libri di Günter Grass o Christa Wolf si sono trovati per mesi tra i dieci bestseller delle librerie tedesche. Ma tutto il resto, le altre opere più vendute di bellettristica erano di origine straniera. Ma non è neanche questo il fatto, che ci interessa qui, il fenomeno inquietante (e forse non solo tedesco) è che la cosiddetta letteratura di intrattenimento è stata esclusivamente rappresentata da autori di nome Grisham, Follet ecc. Cioè, che, si, i libri di Wolf e Grass sono letti molto, ma sono libri considerati difficili, poco divertenti e sicuramente non volkstümlich, popolari! Questo non è affatto un fenomeno soltanto degli ultimi anni. Anche il più diffuso, più importante, magari il più bello romanzo del Dopoguerra : Die Blechtrommel (Il Tamburo di latta) di Grass sarà considerato un libro bello, importante, complesso e degno del premio Nobel ecc., – a nessuno, però, verrebbe in mente di definirlo un romanzo di intrattenimento popolare, volkstümlich appunto, nazionale.>

Nella prima metà del Novecento la situazione era diversa. In particolare negli anni Venti e fino al 1933 (che con l’avvento del Nazionalsocialismo segna l’inizio della provincializzazione della letteratura tedesca) autori come Baum, Remarque e Fallada scrivevano romanzi di successo, in Germania e all’estero. Vicki Baum creò con suo capolavo “Menschen im Hotel” (Grand Hotel, 1929) un nuovo tipo di romanzo, continuato da Athur Hailey (“Hotel”) e diffuso fino ad oggi. Erich Maria Remarque si affermò sul campo del racconto di guerra come la più letta storia della prima Guerra mondiale di tutti i tempi. Hans Fallada, infine, scrisse con suo racconto di piccoli borghesi e di disoccupazione il libro con il maggior numero di vendite in assoluto nel Novecento tedesco. Questo era letteratura popolare, ma ne Vicki Baum ne Remarque sono considerati volkstümlich: la prima, perché troppe internazionale, il secondo a causa dell’argomento troppo deprimente e triste della guerra (persa, tra altro per i tedeschi), come autore veramente nazionale resta solo Fallada. I seguenti appunti si soffermeranno, perciò, sul romanzo di Fallada e cercheranno una risposta alla domanda (che sembra oggigiorno anacronistica ma non lo è per la storia prima del appiattimento delle letterature nazionali): che cosa distingue la letteratura popolare nel senso di letteratura di massa da una vera e propria volkstümliche Literatur, cioè letteratura nazionale?

Che la si chiami letteratura “nazionale” o “popolare”, resta il fatto che l’aggettivo è comunque legato al successo di massa. Accanto al romanzo di Remarque Im Westen Nichts Neues (Niente di nuovo sul fronte occidentale, 1929), quello di Hans Fallada Kleiner Mann – was nun?(Piccolo uomo – e adesso?, 1932) è il romanzo tedesco di maggior successo della prima metà del XX secolo e la sua attuale edizione tascabile registra quasi un milione di copie. Un libro con una tale tiratura è stato sempre sospetto agli occhi della critica tedesca, come faceva ironicamente notare il famoso critico Friedrich Luft a proposito di Remarque: “Beh, tanto eccezionale non può essere: piace a troppi”. Questo atteggiamento è cambiato soltanto verso la fine del secolo. Intanto, anche se il successo di massa non viene più necessariamente associato alla inferiore qualità, non si rinuncia però ad una distinzione tra letteratura di alto livello e letteratura da intrattenimento. Nei suoi annunci pubblicitari, una grande casa editrice di tascabili offre due possibilità ai suoi lettori: la letteratura e l’intrattenimento, dove non sono chiari i criteri di selezione se non per quanto riguarda la produzione umoristica che evidentemente non fa parte della letteratura. Distinguere con chiarezza le qualità letterarie di un testo è compito arduo non solo per gli editori ma anche per gli studiosi di letteratura, che non sono riusciti ad elaborare criteri sicuri ed univoci per rendere riconoscibile la letteratura di alto livello da quella di intrattenimento o addirittura da quella cosiddetta “triviale”(plebea). Tutti sono più o meno concordi nell’ammettere che fra le varie tendenze realmente esistenti le linee di confine sono alquanto contorte e le distinzioni spesso imprecise. Netti schematismi in bianco e nero, chiare prese di posizione tra buono e cattivo e la univoca tipizzazione dei personaggi sono, in linea di principio, caratteristiche del genere triviale; tuttavia dire che la letteratura triviale possa “ritrarre la realtà soltanto in maniera semplificata” mi sembra altrettanto generico come dire che la particolarità della letteratura di alta qualità sia nel fatto che essa ritragga “la complessità e la capacità di trasformazione dell’individuo”, ma anche “la complessità e la capacità di trasformazione dei rapporti sociali”. La ricerca letteraria di regola si occupa preferibilmente di motivare quel sottile “piacere per il testo” di una raffinata élite che Roland Barthes scorgeva proprio nei punti di frattura fra arte e trivialità. La letteratura di massa ha rappresentato prima un problema di valutazione letteraria per la germanistica degli anni 60 del secolo scorso, poi è divenuta oggetto di smascheramento ideologico e poi ha finito per non essere più oggetto di riflessione teorica. Di recente, i cultural studies hanno eliminato il problema ricorrendo al principio “della equipollenza dei testi come portatori di significato culturale”; (personalmente penso che mettere sullo stesso piano “le vite dei Santi e le biografie dei calciatori” può diventare se non problematico quanto meno confusionario).

Tra le caratteristiche stilistiche della letteratura di massa, Antonio Gramsci – il suo primo e più importante studioso – individuava la centralità dell’eroe come essenziale. Naturalmente egli pensava agli eroi dei romanzi di serie, che sono agli occhi del pubblico ben più importanti del loro autore, il cui nome, ammesso pure che sia conosciuto, può senz’altro essere dimenticato, mentre i lettori cercano di scoprire ogni cosa del protagonista.

Il caso Fallada confermerebbe la necessaria presenza del protagonista centrale. Fallada non è autore di romanzi di serie. Le sue prime opere espressioniste furono un fallimento, ebbe successo presso la critica con un romanzo già quasi neorealista Bauern, Bonzen und Bomben (Contadini, bonzi e bombe),vendendone però poche copie. Bauern, Bonzen und Bomben trascura il principio stilistico della centralità dell’eroe e, operando con raggruppamenti di figure, non lascia emergere un singolo delineato positivamente. Soltanto Kleiner Mann – was nun? racconta di una – o meglio due – figure principali che, attraverso una minuziosa e puntuale descrizione neorealistica, vengono rappresentate nello sviluppo del loro mondo e dei loro sentimenti. Determinante in questo senso non è tanto il debole Pinneberg quanto la perseverante e tenace eroina che, a partire da Kleiner Mann –was nun? passando per Kleiner Mann – großer Mann, alles vertauscht (Piccolo uomo – grande uomo, ruoli scambiati) e fino a Ein Mann will hinauf, (Un uomo vuole far carriera) in fondo si potrebbe sempre chiamare Lämmchen. Il ritorno alla centralità dell’eroe è legata alla rinuncia alla sperimentazione narrativa, come in Goedeschal, e ad una radicale riduzione della complessità stilistica: narrazione lineare di una storia semplice e chiara, frasi semplici con parole semplici.

Di recente, un critico letterario, riflettendo sul motivo del successo mondiale dei romanzi di Haruki Marakumi, ne esaltò la semplicità: i libri di Marakumi – secondo Ulrich Greiner – “raccontano storie molto semplici in maniera molto semplice e ciò produce un effetto molto forte. L’assenza di letterarietà aumenta l’autenticità”.

Che sia proprio la letterarietà ad impedire l’autenticità è una vecchia questione che risale ai tempi del dibattito sull’espressionismo tra Georg Lukàcs e Bertolt Brecht . Certo è che la mancanza di ciò che qui viene individuato come letterarietà rende un’opera più accessibile ad un pubblico con scarsa esperienza di lettura. E anche ai lettori di romanzi di serie. Ma “l’effetto molto forte” non può certo essere il risultato di un’assenza, di una mancanza.

Nella intervista sopra citata, Remarque replicò all’attacco ironico di Friedrich Luft sullo snobismo della critica letteraria, con le seguenti parole: “Piace a troppi, e non è noioso, anche questa è una cosa importante”. Remarque era convinto che nei suoi libri la tensione fosse innanzitutto la conseguenza della narrazione scenica. Anche i romanzi di Fallada si leggono come se fossero “scritti per il teatro”. Il fatto che i caratteri si rappresentino da sé all’interno della narrazione degli avvenimenti, senza riflessioni e commenti, è parte integrante della tensione narrativa. Il suo significato – e forse il vero motivo del suo effetto – sta nella mancanza di un’istanza di valutazione (morale) indipendente dalla trama narrativa.

Centralità dell’eroe, narrazione chiara e lineare attraverso un linguaggio semplice, tensione realizzata attraverso la descrizione scenica e inoltre suddivisioni narrative non troppo lunghe, come richiesto dalla stampa dei romanzi a puntate: sono queste le condizioni indispensabili per un successo di massa, ma per niente sufficienti a motivare la Volkstümlichkeit di un testo. Perché l’Abendlied di Matthias Claudius divenne “il più amato e più famoso tra i canti popolari tedeschi” si è chiesto Heinz Rölleke di recente in una conferenza, e la sua risposta è stata che Claudius sarebbe riuscito in questo caso a presentare “semplici osservazioni e insegnamenti di una fede sicura in un linguaggio lineare e a tutti comprensibile”. A chi non verrebbe in mente Brecht a questo proposito? Infatti Brecht cercava di distinguere ciò che è popolare da ciò che è folcloristico, affermando che “il popolo non desidera essere popol–are”. D’altro canto caratterizzava positivamente (in polemica contro Rilke) le qualità del Volkslied, della canzone popolare: “Mentre la canzone popolare dice in maniera semplice qualcosa di complicato, i moderni imitatori dicono cose semplici (o stupide) in maniera semplice”. Quasi con le stesse parole del giudizio di Brecht sulle specifiche qualità della canzone popolare si esprime Johannes Becher nel discorso funebre per Hans Fallada: “Egli sapeva rendere accessibile e comprensibile ciò che è straordinario e problematico attraverso un linguaggio semplice e popolare”. Riuscire a scrivere nella “cadenza della poesia popolare”, così come fa Rilke – continua ancora Brecht – non significa affatto essere popolari, infatti non è sufficiente “dare, grazie ad un artificio estetico, l’impressione che il popolo canterebbe così; invece il punto è: scrivere così come il popolo sentirebbe e penserebbe”. Ma se il popolo non possiede più nessuna fede certa (quale che sia la bandiera) e nessuno può offrigliene una, allora dove va a finire quella “ragione” che, secondo Brecht, il popolo cercava di trovare nei testi? In riferimento al romanzo d’intrattenimento vorrei ricordare ancora le riflessioni giovanili di Gramsci. Opportuna resta l’idea di Gramsci che accontentarsi dell’indicazione secondo la quale la letteratura popolare crea e soddisfa illusioni è poco illuminante, mentre va di volta in volta chiarito quale illusione specifica venga suscitata. E’ troppo semplicistico sostenere che l’analisi di questa specifica illusione sarebbe altrettanto inutile quanto condurre “un’analisi differenziata sul sapore” di pane da toast e pane per hamburger: “si compra questa roba perché grosso modo soddisfa ogni volta le aspettative”, ha scritto di recente un critico nella terza pagina di un giornale. Un gesto di tale sprezzo si può permettere soltanto chi si considera un sacerdote del tempio dell’intoccabile cultura d’élite. Chi invece vuole capire in che consista il successo di quella “roba”, deve affrontare la fatica di chiedere più precisamente quali siano veramente le aspettative che vengono soddisfatte.

Evidentemente nei testi di Fallada non si tratta della stessa soddisfazione di desiderio simile ad un sogno ad occhi aperti come nel caso – preferito dagli studiosi di letteratura triviale – in cui viene destata un’illusione dei romanzi d’amore delle serie rosa o simili. La semplice determinazione della funzione psicologico-sociale non comprende le singole, distinte qualità del romanzo d’intrattenimento popolare, e ciò si comprende facilmente se si pensa al fatto che Im Westen nichts Neues non ha certamente destato la stessa illusione specifica di Kleiner Mann – was nun?.
Riferendosi alle ipotesi di Gramsci per una teoria della letteratura popolare si dimentica spesso un elemento biografico molto importante: a monte di queste riflessioni teoriche sulla letteratura popolare c’è il carcere fascista. Gramsci non ha dato né una definizione né una motivazione al fenomeno. Il suo punto di partenza fenomenologico era il materiale degli innumerevoli romanzi, che gli capitavano fra le mani e che provenivano dalla biblioteca della prigione in cui era recluso. La scelta che gli offriva quella biblioteca lo portò a riflettere sulla ragione della popolarità di Dumas e l’esclusività invece di D’Annunzio o Pirandello. Inoltre, il romanzo a cui più di ogni altro pensa, non a caso è Il Conte di Montecristo: la storia dell’uomo imprigionato ingiustamente e che dopo una rocambolesca fuga si vendica spietatamente dei suoi persecutori… In pochi casi si riesce ad individuare l’illusione specifica come nel caso di Gramsci.

Riconoscimento della propria situazione e specifiche differenze rispetto ad essa costituiscono però la condizione di base di ogni esperienza di lettura e non è affatto detto che l’intrattenimento scaturisca esclusivamente dall’offerta d’identificazione. Nelle reazioni dei lettori alle pagine di Kleiner Mann – was nun? uscite nella “Vossische Zeitung” che l’editore Rowohlt utilizzò nel 1932 per la campagna pubblicitaria all’edizione del libro, sono numerosissimi i commenti che testimoniano della totale identificazione nei confronti del protagonista della storia. Per testimoniare la loro autenticità, le lettere furono stampate in facsimile e poi trascritte. Troviamo frasi del tipo: “Dobbiamo dire che ci sentiamo come Suoi fratelli, poiché amiamo i figli che il suo tenero cuore ha creato, Lämmchen e il suo ragazzo e il caro Murkel, e perfino l’ambiguo Jachmann abbiamo racchiuso così saldamente nel nostro cuore che le loro gioie, le loro sofferenze e paure sono diventate le nostre”. Una lettera comincia così: “Anch’io sono soltanto un Pinneberg” … Accanto a queste esperienze di identificazione, il testo offre comunque esperienze di differenziazione che risultano dal fatto che il lettore appartiene o al tipo del Pinneberg felice, non ancora distrutto, o che, attraverso la figura femminile di Lämmchen, viene confrontato con una potente figura di opposizione alla miseria collettiva. Con Lämmchen quale prima di una lunga serie di eroine alle prese con la lotta per la sopravvivenza quotidiana, l’opera di Fallada mostra quella tendenza al “più rigoglioso sentimentalismo” che, secondo Siegfried Krakauer, si nascondeva dietro al “finto rigore” del neorealismo. Eppure, senza una figura luminosa come questa, il realismo spesso brutale del romanzo d’intrattenimento non sarebbe neanche sopportabile. E invece lo è perché Fallada si attiene ad un ostinato ottimismo del piccolo borghese oppresso il cui mondo che lo circonda si sfascia inesorabilmente. Un autore popolare deve raccontare cose complicate in maniera semplice, ma deve anche conoscere il limite di sopportabilità e, nella descrizione della negatività, lasciare al lettore aperta la speranza nella forza di resistere. L’illusione specifica offerta in maniera convincente dal primo romanzo di Fallada, consiste nell’incoraggiante favola della possibile vittoria morale dell’unione fondata sull’amore nei confronti della società guidata solo dall’interesse e dal profitto. Ciò non ha niente a che fare con la soluzione politica – di qualunque tendenza essa sia. Anche ai lettori che, subito dopo la pubblicazione di Kleiner Mann – was nun? gli chiedevano consigli come fosse stato un oracolo di saggezza, Fallada ha sempre mostrato la sua paziente ma non per questo meno evidente perplessità. Nella sua opera non si trova la risposta alla domanda ironica di Kästner intorno all’elemento positivo – almeno se si vuole intendere con ciò una ricetta per la soluzione della miseria sociale. Ma qui non c’è soltanto lo “sguardo freddo” del neorealismo che viene rivolto alla realtà. Infatti, mentre Kästner lascia affogare il suo eroe Fabian nel tentativo di salvare una vita umana (Fabian, 1931), mentre Franz Biberkopf viene schiacciato dal possente meccanismo della grande metropoli (Berlin Alexanderplatz, 1929) e alla “fanciulla di seta artificiale” di Irmgard Keun (Das kunstseidene Mädchen, 1932) non resta alla fine che la solitudine affogata nell’assenzio che vediamo raffigurata nelle figure di Otto Dix – davanti a questa opprimente schiera di falliti Lämmchen e il suo ragazzo si abbracciano sotto un consolante cielo stellato. Rispetto alle storie di decadenza e rovina dell’epoca weimariana, l’insistenza delle storie di Fallada su un nucleo di speranza nel contesto di un realismo crudo e per niente abbellito rappresenta un’eccezione. Un’eccezione che conferisce proprio al suo romanzo popolarità.
Kleiner Mann – was nun? resta non solo un romanzo di successo ma è ancora adesso il libro che quasi tutti i lettori tedeschi hanno letto e amano, dunque dimostra per questi quella “ragione” in senso brechtiano, poiché Fallada in quest’opera all’immagine realistica del mondo degli impiegati e dei disoccupati – cioè ad una oggettività negativa – oppone in maniera ancora più credibile una ostinazione ad una integrità morale individuale. Ha ridato vita al topos della miseria pulita nel contesto della società industriale odierna , senza tuttavia apparire ridicolo. La massa dei moderni lettori cittadini non era più raggiungibile, nella repubblica di Weimar, dalla consolazione religiosa: mentre il messaggio consolatorio che Fallada trasmette attraverso la solidarietà della coppia che si ama, la piccola famiglia che come un bastione resiste al mondo nemico riusciva ancora a raggiungerli.

Alla fine di queste riflessioni sul “narratore e cronista tedesco popolare” Hans Fallada, vorrei ricordare un’altra – per me più importante - osservazione di Gramsci che, riferendosi al grande successo di Victor Hugo, sottolineava che, quando un grande narratore dice ciò che il popolo si aspetta, questi lo predilige.

Informationen zu Leben und Werk Hans Falladas finden Sie auf den Seiten der Hans-Fallada-Gesellschaft:
www.fallada.de

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